Perchè l'Associazione Nazionale Famiglie Numerose è la mia associazione
Poi c'è la gente. E poi ci sono le persone.
Ecco: io conosco persone. Io abbraccio le persone. Io mi sento davvero legata alle persone.
La domanda sorge spontanea: come distinguo le persone dalla gente? La risposta è molto più semplice di quello che sembra: le persone si guardano negli occhi e si ascoltano reciprocamente; la gente, invece, esprime il proprio pensiero come in un monologo, accertandosi di mantenere fermo un dato di fatto fondamentale, cioè di conoscere solo il proprio punto di vista e di ritenerlo l'unico che conta.
Ecco: di gente ce n'è molta, di persone poche. E quelle poche - lontanissime dalla perfezione - per lo meno provano ad avere relazioni con chi è loro prossimo. Ci provano, eh. Umilmente, semplicemente, mentre tentano di mettere il pane in tavola.
Se c'è qualcuno che lotta ogni singolo giorno per mettere il pane in tavola, ecco: questo è il tipico iscritto all'Associazione Nazionale Famiglie Numerose.
Non parlo di eroi. Non parlo di santi. Parlo di gente che la mattina si sveglia con le occhiaie, che litiga per chi deve portare fuori il cane, che dimentica di firmare il diario, che urla "metti le scarpe" almeno diciassette volte prima di uscire di casa. Parlo di persone che a volte non ce la fanno, che piangono in macchina da sole, che si chiedono se stanno facendo abbastanza, se stanno facendo bene, se stanno facendo qualcosa.
Parlo di me. Parlo di noi.
Dopo aver passato i soliti due giorni di follia durante l'ultima assemblea, insieme a volti nuovi e famiglie appena associate, ma soprattutto insieme a vecchi volti tanto amati - che conosco da tempo e che di nuovo ho abbracciato, ascoltato, con cui di nuovo ho potuto chiacchierare - mi sono resa conto di alcune cose molto semplici.
La prima è che mi mancavano.
Mi mancava quella sensazione rarissima di essere capita senza dover spiegare tutto da capo. Mi mancava sedermi accanto a qualcuno e sapere che anche lei, anche lui, sa cosa vuol dire vivere in una casa dove non c'è mai silenzio, dove le lavatrici girano in continuazione, dove il tavolo non è quasi mai davvero libero, dove i pasti sembrano piccole imprese logistiche e dove l'amore si misura in chili di pasta cotta, in bicchieri riempiti, in scarpe spaiate, in magliette piegate male, in abbracci dati di corsa tra una cosa e l'altra.
Mi mancava quella confidenza immediata che nasce solo tra persone che non hanno bisogno di impressionarsi a vicenda, perché sanno già che la vita vera non è fatta di frasi perfette, ma di interruzioni continue, di bambini che chiamano mentre parli, di stanchezze messe da parte, di sorrisi tirati fuori quasi per miracolo alla fine della giornata.
Mi mancava ritrovare donne e uomini che, pur diversissimi tra loro, portano addosso lo stesso odore della vita vissuta fino in fondo: il sonno perso, la preoccupazione per i figli, i conti da far quadrare, i dubbi educativi, le fatiche coniugali, la paura di sbagliare tutto, eppure anche quella specie di ostinazione buona che ti fa andare avanti lo stesso. Quella testardaggine piena d'amore che conosce solo chi continua a preparare la colazione, a consolare, a correggere, a chiedere scusa, a ricominciare.
Mi mancava, soprattutto, quella forma di riconoscimento silenzioso che passa negli occhi prima ancora che nelle parole: il sapere che davanti a te non hai un pubblico, non hai una platea, non hai "gente", ma persone. Persone vere. Persone che non ti chiedono di essere impeccabile, ma presente. Non vincente, ma umana. Non perfetta, ma vera.
E, in un tempo come questo, in cui tutti sembrano dover continuamente dichiarare qualcosa, schierarsi, dimostrare, produrre un'opinione, ritrovare invece un luogo dove ci si può anche solo guardare e dirsi "ti capisco" ha qualcosa di profondamente disarmante. E anche di profondamente cristiano.
La seconda cosa di cui mi sono resa conto è che l'associazione ha attraversato un periodo difficile.
Non perché manchino le idee. Non perché manchi la voglia di fare. Non perché manchino le energie, le competenze, i desideri, il senso di responsabilità. Ma perché viviamo in un mondo che ha perso l'arte di ascoltare. E, quando si perde l'arte di ascoltare, si perde quasi subito anche quella di interpretare con benevolenza, di aspettare, di comprendere, di sospendere il giudizio.
Viviamo in un mondo che preferisce fare la gente invece che essere persone.
Durante gli ultimi tempi, l'associazione ha dovuto affrontare numerose avversità proprio per questo. È tipico del nostro mondo appioppare aggettivi negativi, spesso diametralmente opposti, a qualunque evento e a qualunque idea, attribuendo giudizi affrettati e affettati senza dialogare con le persone.
La gente commenta, le persone si incontrano. La gente reagisce, le persone ascoltano. La gente si appassiona alle etichette, alle semplificazioni, alle tifoserie morali; le persone, invece, accettano la fatica molto più grande e molto più umana di restare dentro la complessità delle vite reali.
Facciamo un esempio: se c'è chi si sente più vicino a idee "di sinistra", verrà fuori prima o poi che l'associazione in realtà è colma di persone conservatrici. Se una persona ha più idee "di destra", sarà il contrario: l'associazione sarà piena di "zecche rosse".
Nel mondo cattolico non è diverso. Un mio amico sacerdote dice spesso che c'è chi si dice cattolico, ma non è cristiano. Ho capito da tempo che il mondo cattolico non è altro che uno spaccato normale, dove sono presenti un sacco di sensibilità, un sacco di idee, e ci si comporta nello stesso modo, dimenticando, ovviamente, quella che è la cosa principale: la lettura del Vangelo e delle parole di Gesù Cristo, che mi sembra sia stato piuttosto chiaro quando ha parlato.
Ma noi preferiamo complicare. Preferiamo dividere. Preferiamo etichettare.
Ed è forse proprio questo che ho sentito più forte durante quei due giorni: che un'associazione come questa, nel suo piccolo, continua ostinatamente a custodire uno spazio di umanità reale. Non perfetta, certo. Non immune da errori, fraintendimenti, persino ferite. Ma reale. E oggi il reale, forse, è la cosa più rivoluzionaria che ci sia.
Perché stare in mezzo alle famiglie vere - quelle che arrivano trafelate, quelle che si portano dietro figli, borse, stanchezze, entusiasmi, nervosismi, speranze - ti ricorda che la vita non è una teoria. Non è una dichiarazione d'intenti. Non è una posa morale. La vita è un intreccio continuamente scomposto e continuamente ricucito di relazioni, fragilità, perdoni, pazienze, errori e ripartenze.
In associazione ci si può associare chiunque: ci sono sacerdoti, famiglie con un figlio, persone simpatizzanti e figli di famiglie numerose e chiunque può sostenere l'associazione direttamente. Sono venti euro all'anno, e nessuno si sbanca per questo. Una volta iscritti, si è pregati di leggere, compulsare e accettare la Carta dei Valori, che esprime la propria appartenenza a un tipo di famiglia numerosa che è fisiologica: un padre, una madre, in linea di massima sposati, che hanno più di tre figli.
Purtroppo accade che dietro a chi caldeggia l'iscrizione all'associazione, ci sia chi parteggia per informarsi se quella famiglia o quella persona sia degno di far parte dell'associazione medesima. E questa questione mi fa impazzire.
Purtroppo accade che dietro a chi caldeggia l'iscrizione all'associazione, ci sia chi parteggia per informarsi se quella famiglia o quella persona sia degno di far parte dell'associazione medesima. E questa questione mi fa impazzire.
E allora mi viene da rispondere: bene, io non sono degna.
Io e mio marito siamo gli ultimi a essere degni. Abbiamo litigato, ci siamo fatti del male reciproco, abbiamo minacciato di separarci, io urlo con i figli. Ho detto cose che non avrei mai voluto dire. Ho pensato cose che non avrei mai voluto pensare. Ho desiderato scappare, chiudere la porta e non tornare più.
Ma chi è degno?
Chi, con quali caratteristiche, ha la dignità?
Chi può giudicare chi è degno?
Vorrei fermarmi qui un momento. Perché è proprio questo il punto che mi sta a cuore, il cuore pulsante di tutto quello che voglio dire.
Noi viviamo in un mondo che ci vende l'idea della famiglia perfetta. Quella delle pubblicità, quella dei social, quella dove tutti sorridono sempre, dove i bambini non piangono mai, dove la casa è sempre in ordine, dove nessuno alza la voce e padre e madre seguono i dettami delle pedagogiste e degli psicologi influencer.
Quella famiglia che non esiste. Quella famiglia che, se esistesse, sarebbe terrificante nella sua perfezione glaciale.
Quella famiglia che non esiste. Quella famiglia che, se esistesse, sarebbe terrificante nella sua perfezione glaciale.
La verità è che la vita familiare è anormale. Gloriosamente, caoticamente, meravigliosamente anormale.
È anormale che io ami così tanto delle persone da sentirmi morire quando stanno male. È anormale che mio marito, dopo vent'anni, riesca ancora a farmi arrabbiare come nessun altro e a farmi ridere come nessun altro. È anormale che i miei figli mi facciano impazzire e, allo stesso tempo, siano la ragione per cui mi alzo la mattina.
È anormale che una donna scelga di portare in grembo un figlio, di sentirlo crescere dentro di sé, di partorirlo con dolore, di allattarlo di notte quando vorrebbe solo dormire. È anormale che un uomo scelga di restare, di esserci, di costruire qualcosa che non vedrà mai finito.
È anormale che due persone decidano di legarsi l'una all'altra, di promettere di restare insieme anche quando tutto dice loro di andarsene.
È anormale che una coppia di genitori accolga uno, due, tre o quattro figli con l'affidamento o addirittura con l'adozione. E non solo accolga figli "sani", ma accolga figli disabili.
È anormale che una coppia di genitori accolga uno, due, tre o quattro figli con l'affidamento o addirittura con l'adozione. E non solo accolga figli "sani", ma accolga figli disabili.
Questa anormalità è la cosa più bella che esista.
Qui sta la vera poesia e la bellezza più autentica dell'Associazione Nazionale Famiglie Numerose: nell'essere una rete viva che non si fonda su rigidezze morali o precetti da applicare pedissequamente, ma sulla concretezza di una triade affettiva che accoglie e sostiene la vita reale delle famiglie.
Non è un ammasso di "gentucola moralista" con gli indici puntati. È un luogo dove si impara una pedagogia della tenerezza e dell'accoglienza.
Pensateci: cosa fa davvero l'associazione? Non fa prediche. Non fa esami di coscienza. Non chiede patentini di perfezione.
L'associazione fa qualcosa di molto più semplice e molto più rivoluzionario: dice che va bene.
Va bene se oggi hai urlato. Va bene se ieri hai pianto. Va bene se non sai come arrivare a fine mese. Va bene se tuo figlio ha preso quattro in matematica. Va bene se hai voglia di scappare. Va bene se non sei la madre che pensavi di essere. Va bene se non sei il padre che volevi diventare.
Va bene, perché sei qui. Perché ci provi. Perché non hai mollato.
L'associazione custodisce qualcosa di prezioso: il tempo. Non il tempo dell'orologio, non il tempo della produttività, non il tempo che il mondo ci chiede di riempire di cose da fare.
Il tempo tra le braccia di una madre e di un padre.
Il tempo dell'endogestazione: quei nove mesi in cui un bambino cresce dentro di te, in cui il tuo corpo diventa la sua casa.
Il tempo dell'esogestazione: quei mesi dopo la nascita in cui il bambino ha ancora bisogno di essere portato, tenuto, cullato. Ha bisogno di sentire il battito del tuo cuore, l'odore della tua pelle, il suono della tua voce.
Il tempo dell'infanzia, con i mocci, le malattie, le fatiche.
Il tempo della pubertà con le lotte.
E quindi poi tutto il resto. Gli anni in cui i figli crescono e hanno bisogno di sapere che ci sei. Non di sapere che sei perfetta. Solo che ci sei.
Questo è quello che l'associazione difende. Non un modello di famiglia. Non un'ideologia. Il diritto di esserci. Il diritto di avere tempo. Il diritto di essere genitori presenti, imperfetti, veri.
Le persone che io conosco direttamente nell'Associazione Nazionale Famiglie Numerose sono persone normali. "Normali" vuol dire che sì, la maggior parte di loro si identifica come cattolica: cattolici normali, cattolici che cercano di leggere Cristo nella loro vita, di continuare a leggerlo e di stare a galla.
Perché la vita non permette facilmente di stare a galla seguendo Cristo, e questo è ovvio. A un occhio allenato, noi sappiamo che il mondo attuale, la modernità, non aiuta minimamente a seguire le parole di Gesù Cristo.
Sono persone che hanno mille pecche, mille difetti. Che non si sentono né più né meno importanti perché hanno più figli, né più né meno importanti perché li hanno adottati o presi in affido, né più né meno importanti perché hanno avuto il dono di avere più di tre figli.
Né più né meno si sanno degni di essere genitori, perlomeno sufficientemente buoni, per dirla come direbbe Donald Winnicott.
Sufficientemente buoni
Mi fermo su questa parola: sufficientemente.
Non perfettamente. Non eccellentemente. Non straordinariamente.
Sufficientemente.
Winnicott aveva capito moltissimo. Aveva capito che i bambini non hanno bisogno di genitori perfetti. Hanno bisogno di genitori che ci siano. Che sbaglino e chiedano scusa. Che cadano e si rialzino. Che mostrino ai loro figli che la vita è fatta di tentativi, di errori, di ricominciare.
I bambini hanno bisogno di vedere che l'amore non è una performance. L'amore è una scelta che si rinnova ogni giorno, anche quando non ne hai voglia, anche quando sei stanca, anche quando vorresti essere da un'altra parte.
Questa è la straordinaria normalità che difendiamo: una pedagogia della persona e della relazione umana, libera da categorizzazioni astratte e modelli predefiniti.
A scanso di equivoci: l'Associazione Nazionale Famiglie Numerose non può fare tantissimo se le si va contro. È vero che può fare qualcosa dal punto di vista associativo, ma non tanto politico, se si perde tempo con scaramucce capricciose.
Quello che può fare l'associazione è cercare di mettere insieme le voci. Per esempio, di tante mamme e di tante donne che vorrebbero essere madri e non possono, perché le leggi sulla conciliazione familiare in Italia fanno schifo.
Sappiamo perfettamente che per essere mamme c'è bisogno di tempo. E le donne vogliono essere madri. Piace essere madri. E vogliono starci con i loro figli.
Io credo che mai come oggi ci sia bisogno di prossimità tra le persone, soprattutto tra donne.
Vorrei ricordare che l'Associazione Nazionale Famiglie Numerose tutela le famiglie numerose per tutelarne i bambini, non direttamente gli adulti. Non solo il padre come lavoratore o la madre come lavoratrice, ma i bambini, che sono quelli più importanti.
L'associazione cerca di valutare che cosa può fare per le persone, per le famiglie, umilmente, semplicemente.
Perché le mamme e i papà che collaborano con l'associazione sono persone che, nel loro piccolo, offrono quello che è il loro talento: c'è chi sa usare il computer, chi sa usare la grafica, chi sa leggere le statistiche o elaborare i dati politici. C'è chi sa ascoltare, chi sa organizzare, chi sa semplicemente esserci quando serve.
E si cerca solo una cosa, con un obiettivo solo: la possibilità di essere famiglie presenti. Di essere genitori che hanno la possibilità di stare con i propri figli. Al meglio. Sbagliando. Facendo qualcosina per tutti e per ognuno.
Perché un domani ai figli venga in mente che essere genitori è difficilissimo, ma è tanto, tanto bello.
Quello che so e vedo è che la Chiesa Cattolica Universale è fatta soprattutto da persone che si guardano allo specchio e dicono: "Signore mio, anche oggi ho sbagliato. Anche oggi ho risposto male. Anche oggi ho urlato. Anche oggi..."
Questo è il presupposto che ammiro.
Non la perfezione. Non la santità ostentata. Non la rigidità morale.
La consapevolezza di essere fragili. La volontà di ricominciare. La speranza di fare meglio domani.
Persone che cercano di fare il più e il meglio che possono come genitori, come nonni, e anche come amici.
Ecco, alla fine di tutto questo, quello che voglio dire è molto semplice.
La famiglia numerosa non è bella perché è ordinata. Non è bella perché funziona. Non è bella perché rispetta un modello.
È bella perché è viva.
È bella perché è un casino. Un casino meraviglioso, stancante, rumoroso, pieno di inciampi, di urla, di pentimenti, di risate, di porte sbattute e di mani che poi tornano a cercarsi.
È bella perché ti strappa via dall'illusione di bastarti da sola. Ti costringe ad amare quando sei stanca, a ricominciare quando hai sbagliato, a restare quando vorresti solo chiuderti in silenzio.
È bella perché nessuno, dentro una famiglia vera, si salva da solo.
E forse è proprio questo che, nel profondo, custodisce l'Associazione Nazionale Famiglie Numerose: non un ideale astratto, non una vetrina morale, non una categoria da difendere a parole, ma la vita vera quando chiede pane, tempo, pazienza, perdono, presenza.
Il resto lo fa la gente.
Le persone, invece, si guardano negli occhi, si tengono per mano e - come possono, come riescono, sbagliando moltissimo - vanno avanti.
