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Il silenzio possibile


Spesso covo l'illusione che la preghiera possa svolgersi in una dimensione di pace impeccabile, dove il cuore si riempie subito di consolazione e la mente rimane perfettamente immobile. Magari in un luogo semi-isolato, circondata da uccellini e fiori, nei pressi di una cappellina dedicata alla Madonna e, ovviamente, lontana dai rumori della città.

Nella realtà di una casa piena di bambini urlanti, di impegni, di faccende domestiche, di figli che si inseguono correndo (anche il Piccinaccolo, al momento ingessato al braccio destro, non esita a correre per le scale, rischiando altre dosi di ketamina per il riallineamento di ulna e radio), di pratiche da sbrigare, di adolescenti oziosi, di stanchezza che si accumula a fine giornata, di gatti che chiedono pappa, del cane che abbaia, di adolescenti affamati... ritagliarsi uno spazio di silenzio ideale è un'eccezione rara, se non un miraggio.

Quando riesco a fermarmi per raccogliermi, mi accorgo quasi subito che pregare non è una parentesi riposante, ma una vera e propria lotta interiore. Riconoscere che questa fatica fa parte del percorso mi ha insegnato ad accostarmi a questi momenti con maggiore umiltà. Non significa che stia sbagliando qualcosa, ma che sto vivendo la naturale fragilità della mia condizione umana.

Non appena provo a fare silenzio, la mia mente comincia a correre ovunque: Cigols avrà fatto Tedesco? Lannina si sarà ricordata di distribuire i panni? La Figlia G con Polipedo si staranno riposando in viaggio di nozze? Lillo starà studiando per l'esame statale? Lo Sposo avrà la notte alla Croce Rossa o il Rosario con gli uomini dell'associazione San Giuseppe? Checcolens avrà dato fuoco a qualcosa in giardino o starà giocando a trapanare qualunque muro che trova? Insomma: la volontà di rimanere lì c'è, ferma e sincera, ma l'intelletto e la fantasia assomigliano a un pensiero irrequieto che si agita e non riesce a stare fermo nemmeno per il tempo di una breve preghiera. Appaiono le preoccupazioni per la gestione della casa, la spesa da fare, le decisioni familiari o gli affanni per il giorno dopo, e come ogni donna arrivo a pensare anche agli impegni del giugno 2028. Proprio essendo tale, significa che rimugino, per ogni aspetto della mia vita, almeno un'ora per ogni fase della giornata (mattina, pomeriggio, sera e soprattutto notte): mentre stiro riesco persino a parlare da sola dandomi ragione o torto, a seconda.

Tuttavia, invece di scoraggiarmi tentando di formulare lunghi discorsi che non riesco a sostenere, ho imparato — grazie alla guida di SuorKate e di altri amici consacrati — la semplicità di ricorrere a invocazioni brevissime, quasi istantanee. Pronunciare soltanto una parola o un'espressione essenziale come "Gesù", "Gesù pensaci tu" o "Gesù, abbi pietà di me" richiede un solo secondo. È come scagliare una piccola freccia che parte prima ancora che la mente abbia il tempo di distrarsi. A forza di ripetere queste brevi parole con il cuore, la corsa dei pensieri lentamente si stanca e l'anima ritrova la presenza di Dio.

Un'altra prova che incontro con allarmante frequenza è il senso di aridità: quel momento in cui ci si mette in preghiera ma non si prova alcuna emozione o trasporto interiore, soprattutto da quando la famiglia sta affrontando qualche casino. La mia personale tentazione immediata è pensare che quel tempo sia andato sprecato o che la preghiera non sia stata efficace. A questo proposito mi è capitato di ascoltare una catechesi di Padre Serafino Tognetti che racconta di Beethoven che, diventato del tutto sordo, scrisse la sua opera più maestosa (L'Inno alla LIbertà, poi mutato in Inno alla Gioia) senza poter udire nemmeno una nota di ciò che creava: quando la sua sinfonia venne eseguita scatenando l'entusiasmo di tutti, lui rimase in un angolo senza percepire alcun suono e si addormentò. La mia preghiera assomiglia spesso a quella situazione: mi trovo a offrire la mia piccola nota nel buio, senza avvertire riscontri emotivi o consolazioni immediate. Tuttavia, anche quando non si percepisce nulla, la fedeltà vissuta nella fede pura arriva a destinazione nel silenzio. Continuare ad affidarsi senza pretendere gratificazioni sensibili è un atto di profonda fiducia.

Nelle difficoltà quotidiane, quando sorge una preoccupazione per i figli o un problema familiare pesante, la reazione spontanea durante la preghiera è chiedere con insistenza di essere sollevata da quel peso. Oltrepassare questa prima reazione richiede un cammino profondo, che nel 99 per cento delle volte sono in grossa difficoltà a compiere. Tuttavia — quando riesco a rimanere in silenzio — mi accorgo che la preghiera trasforma gradualmente la nostra prospettiva: anziché eliminare l'ostacolo, si avverte nel cuore l'invito ad accogliere quella situazione e a portarla con pazienza. Dopo una naturale resistenza, nel momento in cui si smette di combattere contro le circostanze e si pronuncia con sincerità la richiesta "sia fatta la tua volontà", la volontà personale si allinea a quella divina. In quella resa consapevole si sperimenta la vera pace, non perché il problema sia scomparso, ma perché non lo si porta più in solitudine.

In questa fatica, il corpo si rivela — al contrario di come me lo sarei immaginato — un alleato inaspettato e fedele. Mentre l'intelletto è volubile e tende a vagare tra le mille incombenze della giornata, il corpo possiede una sua semplice obbedienza. Se decido di rimanere seduta o in ginocchio per un tempo stabilito, il corpo rimane esattamente lì. Quando mi capita di trascorrere venti minuti con la testa distratta dai pensieri ordinari, anziché interrompere la preghiera dandomi per vinta, trovo ristoro nell'offrire almeno la presenza fisica. Il fatto stesso che il corpo sia rimasto custodito in quel raccoglimento costituisce un'offerta dignitosa e un atto di fedeltà, in attesa che anche la mente ritorni presente.

Nei periodi in cui la stanchezza accumulata rende la preghiera particolarmente faticosa (vale a dire per lo più da 26 anni a questa parte in modo pressoché ininterrotto), l'unica strada da me percorribile è quella dell'assoluta trasparenza interiore. Presentarmi a Dio senza maschere e senza cercare formule artificiose è l'unico modo per sentirmi autentica. Se la giornata inizia con un senso di malumore o di appesantimento (roba facile, visto che la Pantuffola si sveglia e mi sveglia almeno sei volte a notte per chiedere coccole), mi risulta molto più semplice ammetterlo: desidero mostrare esattamente ciò che provo, con le mie debolezze e fatiche, anziché fingere un'attitudine serena che non mi appartiene. Insomma: cerco di portare la mia realtà concreta dentro la preghiera, anziché rimuginare da sola con un caffè ormai freddo, per permettermi di trasformare anche i pensieri più difficili in un'occasione di affidamento al Padreterno.

Accanto alla preghiera, ho poi scoperto, grazie a Marianna e Alessia — alcune delle mie carissime amiche — il valore della disciplina del corpo e della sobrietà quotidiana, ricordando l'antica consapevolezza secondo cui la preghiera bussa alla porta, ma è la rinuncia che ottiene l'ascolto. Svuotare un po' il corpo lo rende più ricettivo e fortifica la volontà, creando quel silenzio interiore necessario per accogliere la grazia. Nella vita di ogni giorno, per me, questa sobrietà si traduce in gesti discreti, che vorrei che nessuno notasse. Cerco di mangiare solo ciò che mi toglie l'appetito e non ciò che mi fa gola, rinuncio ai miei piccoli desideri sfiziosi e alle abitudini superflue. Sono rinunce nascoste con le quali non cerco l'attenzione di nessuno, ma servono a ridimensionare il mio egoismo e a riportare l'attenzione su ciò che conta davvero. Ovviamente questo cerco di spiegarlo anche ai figli, ma non lo pretendo: Cigols, alla soglia dei 15 anni, potrebbe mangiare anche me, se non gli somministrassi due etti di pasta al giorno.

Ecco, magari — come dice Forrest Gump — io non sono un "pozzo di scienza" o, per meglio dire in questo caso, un "pozzo di preghiera", ma penso — nonostante le avversità e i già sovracitati casini — che la serenità e la gioia interiore custodiscano il cuore dalla negatività e mantengano lo spirito saldo nell'essenziale. In fondo, la preghiera non richiede una perfezione formale o circostanze ideali, ma la costanza di orientare il cuore verso l'alto, giorno dopo giorno, con umiltà e semplicità dentro la vita di tutti i giorni. Ciò, lo dico con tranquillità, nonostante le giornate siano stancanti all'inverosimile ma anche, spesso e volentieri, colme di una straripante serenità.