Sono sedici i pedagogisti che seguo su Instagram che forniscono suggerimenti, caldeggiamenti, giudizi e supporto ai genitori di adolescenti. Altri, probabilmente ne ho contati sette, su YouTube.
Sedici più sette fa ben ventitré.
Ventitré persone, per lo più donne, alcune molto giovani e altre un po' più mature (poche queste ultime). Gli uomini pochi, per lo più in su d'età.
Ebbene: queste ventitré persone, alcune fresche di studi, altre giuste per la raccolta e il consumo, non affermano mai ventitré cose uguali. E non dico sovrapponibili, quello è ovviamente impensabile, ma almeno leggermente armoniche tra loro, quasi in una sequenza mutevole, ma continua.
Ventitré esperti, alcuni hanno formazione più psicologica, altri - lo percepisco dalle modalità espositive - per lo più pedagogica. Ventitré opinionisti il cui presupposto lodevole è quello di fornire spunti ai genitori che vivono un'epoca che definire complessa è un eufemismo. Certo: a causa di questo pleonastico dato di fatto, le possibilità che ventitré specialisti, anche solo messi di fronte al medesimo caso, possano compiere le medesime deduzioni e favorire una competenza e una consapevolezza genitoriale (non dico familiare, che già è un miraggio, nella nostra società) che possa migliorare la situazione del malcapitato adolescente e del complesso (e complessato) genitore, appare come assurdo.
Con questo presupposto vorrei tranquillizzare chiunque stia leggendo: nessuno - men che meno la sottoscritta - può suggerire in alcun caso cosa fare quando un figlio o una figlia adolescente sono nella tempesta. Bufera, quella dell'adolescenza, che è resa molto più complicata dai social network, dalla possibilità di rimanere sempre in contatto (il che favorisce la dipendenza affettiva) e dalle ideologie che ben marcatamente vengono tramandate di cervello in cervello grazie all'aiuto e al supporto di adulti furboni che si sentono costantemente in potere di manipolare, agire e trasmettere il loro credo - qualunque esso sia - attraverso il loro lavoro di insegnanti, educatori, psicologi, catechisti, eccetera.
Ne ho sentite di ogni, ripeto, e penso di poter delineare alcuni profili chiari dei più importanti suggerimenti che mi sono comparsi ultimamente. I filoni di pensiero sono alcuni: il primo considera l'adolescenza un momento fisiologico di ribellione propedeutico a una crescita verso l'età adulta. Di solito questo modo di pensare è certissimo del fatto che la crisi sia funzionale alla crescita e che i genitori devono farsi da parte rimanendo 'porto sicuro'. In realtà c'è del potenziale, in questo presupposto, ma quando poi si legge tra le righe, c'è sempre un dato che viene dimenticato: attualmente quasi tutti gli adolescenti hanno a che fare con 'colleghi' cresciuti in famiglie parzialmente funzionali, hanno uno smarthphone sempre collegato a whatsapp, hanno una vita social molto attiva e dispongono di genitori ai quali è chiesto di fare carriera, lavorare, assentarsi e realizzare se stessi (anche affettivamente, ça va sans dire). Con frequenza ai genitori è chiesto di dedicarsi ai figli, ma rimanere in disparte, tuttavia vigilare con attenzione, ma senza soffocare, osservare con dolcezza, ma pretendere che si rifacciano il letto... Cioè il tutto e il nulla.
Poi ci sono quelli che focalizzano tutto sulle diagnosi: essendo spesso tossiche, come si dice oggi, le relazioni affettive che intrattengono i ragazzi e le ragazze (anche bi-omosessuali), l'esperto di questo filone mette in luce in modo inequivocabile come, con allarmante frequenza, quella relazione della figlia o del figlio sia disgraziatamente tossica. I segni e i sintomi ci sono tutti: il/la malcapitato/a intreccia un rapporto amoroso (già fa ridere descriverlo così, visto che nessuna relazione d'amore vero è tossica) con una persona coetanea o di età maggiore (quest'ultima condizione è la peggiore), recidendo rapporti con le amicizie precedenti, con la famiglia, mutando il modo di pensare, chiudendosi, abbracciando nuove ideologie diametralmente opposte alla famiglia, eccetera eccetera, e quando il genitore, compiendo una checklist mentale delle caratteristiche della situazione attuale del virgulto, totalizza 10 su 10 maturando un'ansia spessa quanto il muro di Berlino e sudando freddo alle dichiarazioni spiazzanti dell'esperta immaginando già un suicidio d'amore, una fuga in Tanzania o una relazione affettiva tossica che allontanerà la creatura dalla famiglia per i seguenti cinquant'anni (il genitore immagina già il proprio funerale senza quel figlio/figlia), attende la discesa della dichiarazione pentecostale su come ovviare, risolvere, affrontare la situazione, beh, si deve attaccare al tram e rimanere senza risposta che anche l'esperto ignora, visto che non ha mica la palla di cristallo.
Poi ci sono quelli che focalizzano tutto sulle diagnosi: essendo spesso tossiche, come si dice oggi, le relazioni affettive che intrattengono i ragazzi e le ragazze (anche bi-omosessuali), l'esperto di questo filone mette in luce in modo inequivocabile come, con allarmante frequenza, quella relazione della figlia o del figlio sia disgraziatamente tossica. I segni e i sintomi ci sono tutti: il/la malcapitato/a intreccia un rapporto amoroso (già fa ridere descriverlo così, visto che nessuna relazione d'amore vero è tossica) con una persona coetanea o di età maggiore (quest'ultima condizione è la peggiore), recidendo rapporti con le amicizie precedenti, con la famiglia, mutando il modo di pensare, chiudendosi, abbracciando nuove ideologie diametralmente opposte alla famiglia, eccetera eccetera, e quando il genitore, compiendo una checklist mentale delle caratteristiche della situazione attuale del virgulto, totalizza 10 su 10 maturando un'ansia spessa quanto il muro di Berlino e sudando freddo alle dichiarazioni spiazzanti dell'esperta immaginando già un suicidio d'amore, una fuga in Tanzania o una relazione affettiva tossica che allontanerà la creatura dalla famiglia per i seguenti cinquant'anni (il genitore immagina già il proprio funerale senza quel figlio/figlia), attende la discesa della dichiarazione pentecostale su come ovviare, risolvere, affrontare la situazione, beh, si deve attaccare al tram e rimanere senza risposta che anche l'esperto ignora, visto che non ha mica la palla di cristallo.
Il terzo caso è quello rivestito da quelle esperte artistiche munite spesso di doti attoriali di tutto rispetto: dall'alto dei loro studi (sono spesso psicologhe e molto spesso donne) prendono sempre le difese dei giovani dichiarando più o meno velatamente che la stragrande maggioranza delle famiglie è disfunzionale e non capisce nulla menomale-che-ci-siamo-noi-a-difendere-le-nuove-generazioni. Per loro una qualsiasi fede religiosa è bigottismo, e i giovani devono potersi allontanare da ogni precetto della famiglia di origine. Non nascondo che costoro le fiuto a naso e sono quelle che vanno a braccetto con le ginecologhe che somministrerebbero la pillola del giorno dopo come VitC difendendo le giovani donne da chiunque voglia magari far notare loro che il rischio di avere rapporti sessuali e il rischio di incorrere in infezioni è piuttosto alto e si scontra abbondantemente con il concetto di prevenzione della salute psicoaffettiva. Diciamo che queste, nonostante le recitine, i mottetti, le espressività facciali copiosamente iperboliche, le si individua facilmente.
Un ultimo squadrone è dato da quegli esperti che vivono ancora nel mondo del passato: di solito si tratta di persone che lanciano slogan e raccontano esperienze di vita personale, non tenendo conto che attualmente le famiglie non sono più quelle di cent'anni fa: la mia generazione (io sono classe 1979) è già nata da una generazione di persone che potenzialmente era fuori di testa soprattutto coloro che nacquero dopo il 1950 e si sono fatti tutti gli anni Settanta (ovvero gli anni Sessanta degli USA). E comunque anche costoro venivano fuori da persone sopravvissute a una guerra orribile. Quindi puntare sul fatto che noi quaranta-cinquantenni dovremmo imparare dai nostri genitori è assolutamente non possibile, dato che siamo già dei sopravvissuti noi. Di solito molte crisi adolescenziali vengono bollate come normali e i consigli forniti ai genitori riguardano spesso di lasciar perdere, concentrarsi su altro, dare un po' del lungo (che poi è un modo di dire che definisce quell'atteggiamento dell'adulto che tratta i più giovane ribelle un po' come un bambino che sta avendo un capriccio) e aspettare. Chi coltiva una fede religiosa cristiana, è spinto a suggerire - talvolta con molta veemenza - di affidare tutto al Padreterno e che chi non lo fa è perchè ha poca fede. Giusto per spruzzare tutto di un po' di Pedagogia Nera che fa molto spritz serale con soda q.b.. I più morigerati non spingono a delegare pedagogicamente il già tirato in ballo Padreterno, tuttavia spesso, giudicando eccessive le ansie dei genitori (e soprattutto delle genitrici), qualificano la situazione come fase normale la cui soluzione sarà necessariamente dolorosa (la fantomatica frustrazione che possiede doti pedagogiche oserei definire paranormali) che però porterà l'adolescente a crescere e questo gli/le farà molto bene. Sostanzialmente una sorta di legge della giungla che trascinerà nella selva oscura il ragazzo o la ragazza che, se sopravvivrà, ne riceverà in dono capacità di giudizio e altre medaglie al valore morale. Ovviamente si sprecano gli esempi di giovani scapestrati che poi, illuminati di luce divina (che esiste e della quale non metto in dubbio l'esistenza) sono giunti quasi alla santità civile. No, non desidero essere fraintesa perchè so che c'è chi potrebbe turbarsi e pensare che la Sagramoso in realtà è agnostica, per cui lo spiego in modo chiaro: io non solo sono certissima che il Padreterno abbia una vocazione su ognuno di noi ben chiara (una sorta di missione verso la vera felicità personale) che non è sempre facilmente intuibile e che questa intuizione sia spesso un calvario per tante persone più o meno giovani, ma sono assolutamente convinta che se il Padreterno, a un certo punto, decide di intervenire nella vita di una persona, lo fa in modo tale di essere assolutamente inequivocabile. Quello che mi lascia perplessa è la scusa con la quale talvolta si addossa a Nostro Signore la qualifica di baby sitter dei nostri figli, quasi come fosse la scusa per girarsi dall'altra parte rispetto alle necessità di essere visti che i giovani, soprattutto quelli di questa generazione, hanno bisogno di ricevere. Cioè: Lui ce li ha affidati, in qualche modo si fida di noi, quindi noi qualcosa siamo chiamati a fare. E quel fare non è la regoletta, il metodo, il decalogo da applicare. Quel fare è diverso per ogni figlio, si mischia con l'amore incondizionato, si confronta con le paure e le orribili situazioni della nostra cultura, si confonde con le ideologie e si amalgama con tutto il nostro vissuto di figli che ancora dobbiamo rielaborare.
Tutto questo sproloquio per affermare un concetto: si deve chiedere aiuto ai professionisti, a chi coi giovani si è relazionato tutta la vita, a chi può davvero aiutarci, come genitori, a essere migliori e rimanere strettamente collegati coi figli. Non si può prescindere dalla famiglia d'origine e, se proprio un genitore non è perfido e non compie deliberate cattiverie (parlo di roba grossa), la stragrande maggioranza dei genitori cerca di fare il meglio che può. Sbaglia, diamine: sì, sbaglia. Ma chi non fa, non falla. C'è chi chiede aiuto solo al professionista, c'è chi - come me - ripone fiducia anche nel Padreterno, ma non delegandolo, quello non è possibile, e chiedendo lumi, appoggio, sostegno e confronto con le persone vicine, con amiche, con persone che vogliono bene al nucleo familiare. Nessuno può dire cosa sia meglio fare, ma se il presupposto di un genitore è quello di mettersi in discussione - che è sempre un guadagno - cercando di fare il meglio che può con amore assoluto e dirompente, i suggerimenti da ricevere che possono essere concretamente buoni non colpevolizzano, né allontanano i figli, ma cercano di far lavorare l'intero nucleo familiare, che può risorgere piano piano, con amore. E quindi a quali professionisti ricorrere? Quelli che non danno soluzioni certe, quelli che non allontanano tra loro i componenti della famiglia, quelli che non fanno sentire in colpa, quelli che sono certi che ci sia speranza, quelli che partono con il presupposto che i genitori sufficientemente buoni ci sono, quelli che desiderano il bene del figlio dando per scontato che si possa rimediare i rapporti anche con il perdono reciproco, quelli che non danno soluzioncine e decaloghi, quelli che non svalutano le emozioni di nessuno, quelli che non dicono che la soluzione migliore è un po' di sofferenza.
E su questo ultimo punto vorrei dire due parole.
C'è stato un momento nella mia vita, dovuto al fatto che sempre (ma sempre sempre, eh) due genitori separati si distraggano dal loro ruolo genitoriale per leccarsi le ferite, che io ho potuto fare veramente il cavolo che mi pareva. Certo, chi mi vede oggi potrebbe dire che beh tanto male non è stato che io sbattessi la testa e soffrissi un po': alla fin fine guarda come sono venuta fuori bene! Eh ma calma, amico, qui si fa finta di non vedere.
Io ho fatto cose allucinanti e molto pericolose, conscia del fatto che nessuno fosse lì preoccupato per me. Ho intrecciato relazioni pericolose e stupide con gente realmente fuori di cotenna che era davvero meglio che io non conoscessi. Il fatto che poi mi sia ripresa e abbia incontrato un uomo col quale ho messo al mondo i miei figli, è un dato importante, ma ho comunque fatto pagare ai miei figli il fatto di essere molto giovane e di essermi sposata con uno sconosciuto che poteva rivelarsi un pazzo fuori di testa. Avrei sinceramente fatto a meno di svegliarmi in un Autogrill scossa da un Carabiniere giovane e preoccupato del fatto che fossi lì sdraiata in terra alle tre di notte senza sapere come e chi mi ci avesse lasciato. Avrei fatto a meno di dormire da sola alla Stazione dei treni di Firenze col rischio di essere menata. Sinceramente avrei tanto voluto giungere a un'età matura spontaneamente con la gioia di sposare un uomo che conoscevo abbastanza bene, senza trovarmi a ventun anni con una neonata da curare ancora in un'età giovanissima, gestendo una relazione coniugale con un uomo buono ma sconosciuto. Avrei voluto rielaborare il rapporto con il quarto comandamento ("Onora il padre e la madre") un po' prima del giungere a immaginare con gioia malvagia il dolore dei miei genitori al mio funerale giusto per farli sentire in colpa.
La verità è che la merda nella quale ho nuotato per quasi dieci anni non mi è servita a nulla se non a farmi sentire abbandonata e sola di fronte a relazioni sbagliate, situazioni sbagliate, scelte sbagliate, convivenze sbagliate, droghe comunque sbagliate. Non è per nulla vero che bisogna "sbatterci la faccia" per crescere: è vero che l'essere umano si adatta, per l'amor di Dio, ma diamine anche meno. Le meravigliose ed educative frustrazioni, giunte a corredo scolastico quando la Pedagogia Nera diveniva la scusa per giustificare la cattiveria sui bambini, sono un'invenzione di chi diceva che per "raggiungere il Bene bisogna passare dal male".
C'è stato un momento nella mia vita, dovuto al fatto che sempre (ma sempre sempre, eh) due genitori separati si distraggano dal loro ruolo genitoriale per leccarsi le ferite, che io ho potuto fare veramente il cavolo che mi pareva. Certo, chi mi vede oggi potrebbe dire che beh tanto male non è stato che io sbattessi la testa e soffrissi un po': alla fin fine guarda come sono venuta fuori bene! Eh ma calma, amico, qui si fa finta di non vedere.
Io ho fatto cose allucinanti e molto pericolose, conscia del fatto che nessuno fosse lì preoccupato per me. Ho intrecciato relazioni pericolose e stupide con gente realmente fuori di cotenna che era davvero meglio che io non conoscessi. Il fatto che poi mi sia ripresa e abbia incontrato un uomo col quale ho messo al mondo i miei figli, è un dato importante, ma ho comunque fatto pagare ai miei figli il fatto di essere molto giovane e di essermi sposata con uno sconosciuto che poteva rivelarsi un pazzo fuori di testa. Avrei sinceramente fatto a meno di svegliarmi in un Autogrill scossa da un Carabiniere giovane e preoccupato del fatto che fossi lì sdraiata in terra alle tre di notte senza sapere come e chi mi ci avesse lasciato. Avrei fatto a meno di dormire da sola alla Stazione dei treni di Firenze col rischio di essere menata. Sinceramente avrei tanto voluto giungere a un'età matura spontaneamente con la gioia di sposare un uomo che conoscevo abbastanza bene, senza trovarmi a ventun anni con una neonata da curare ancora in un'età giovanissima, gestendo una relazione coniugale con un uomo buono ma sconosciuto. Avrei voluto rielaborare il rapporto con il quarto comandamento ("Onora il padre e la madre") un po' prima del giungere a immaginare con gioia malvagia il dolore dei miei genitori al mio funerale giusto per farli sentire in colpa.
La verità è che la merda nella quale ho nuotato per quasi dieci anni non mi è servita a nulla se non a farmi sentire abbandonata e sola di fronte a relazioni sbagliate, situazioni sbagliate, scelte sbagliate, convivenze sbagliate, droghe comunque sbagliate. Non è per nulla vero che bisogna "sbatterci la faccia" per crescere: è vero che l'essere umano si adatta, per l'amor di Dio, ma diamine anche meno. Le meravigliose ed educative frustrazioni, giunte a corredo scolastico quando la Pedagogia Nera diveniva la scusa per giustificare la cattiveria sui bambini, sono un'invenzione di chi diceva che per "raggiungere il Bene bisogna passare dal male".
Ecco quindi che c'è una sola cosa che preme pedagogicamente coi figli anche quando sono stronzi, anche quando fanno impazzire: l'amore. Nosengo scrive: «Il rapporto educativo che nasce, nella sua forma originale e più naturale, nella famiglia tra i genitori e il figlio, è innanzitutto un rapporto d'amore, di amore gratuitamente donato ed espresso in opere ispirate da generosità e sostenute dal sacrificio» e io di questo ne sono certa. Qualunque altra forma non è plausibile. Cosa fare quando una figlia adolescente vi fa dannare? Amatela, per l'amor di Dio.
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