Sulla speranza dei genitori e la grazia dell'imperfezione


Verso i primi di luglio di quest'anno sono accaduti avvenimenti complicati da descrivere, ma che mi hanno smosso molto il cuore: perdere delle amiche per motivi inspiegabili può ferire, ma io sono sempre certa, come dice Maria Augusta Kutschera - che da sposata sarà poi Maria Von Trapp - che se Dio chiude una porta, da qualche parte apre una finestra. Per tale motivo ho trovato una grazia particolare il fatto che proprio in quei giorni, avessi un impegno con la Missione di Strada di Nuovi Orizzonti, che mi ha occupato il tempo e la mente per un po' di tempo, assieme alla Pantuffola. 

Proprio durante la Missione ho avuto il piacere di incontrare una suora con la quale la chiacchiera si è fatta intensa, specialmente i giorni successivi, continuando fino ad oggi e diventando un modo per coniugare riflessione sulla Parola e confidenza sulle quotidiane difficoltà. Ed è qui che il detto di Maria von Trapp mi risuona proprio (tranne che Maria da postulante è diventata madre, mentre Kate è una suora da anni): perse - magari momentaneamente o talvolta è accaduto per sempre - delle amiche, ne ho trovata un'altra... 

Ordunque con Kate, l'AmicaKate, mi trovo talvolta a riflettere sul mio essere madre molto fallace. Quelli che seguono sono pensieri sortiti dal mio cuore dopo lo studio della Parola che riesco a fare, guidata dall'AmicaKate.

Mi stavo chiedendo tempo fa cos'è che mi impedisce la serenità e in tutto questo la ridonda la ripetitiva domanda dell'AmicaKate su che cos'è che mi blocca, su che cos'è che mi fa male. Riflettendo ho pensato che io vengo da una generazione che ha fatto molta fatica a essere figlia e che è spesso stata figlia e nipote talvolta di generazioni complicatissime dove ancora magari, che ne so, la psicologia era un po' agli albori e dove magari andare dallo psicologo, chiedere un aiuto esterno era considerato veramente da gente fuori di testa. 

La mia generazione e quindi quella delle mie amiche ha fatto molto per rielaborare il proprio essere figlia, la propria filiazione, e sperava di aver bypassato o comunque aver evitato almeno parzialmente che i figli potessero avere a che dire con la loro genitorialità. 

Mi spiego meglio. 

Io ho impegato quattordici anni di psicoterapia per rielaborare tutto quello che era stato essere figlia e nipote della e nella mia famiglia. Il mio psicoterapeuta mi ha ritenuto pressoché guarita da quando io riesco a voler bene ai miei genitori, riesco a avere compassione di loro, riesco a confrontarmici senza arrabbiarmi o senza temerli. Quindi, sostanzialmente quando mi sono riunita a loro, e comunque quando ho messo un punto a determinati eventi occorsi anche solo perchè anche loro erano figli di situazioni complesse. Stessa cosa è accaduta ad alcune amiche. Per poche di queste, la guarigione è stata allontanarsi proprio fisicamente da uno o entrambi i genitori e mettere una distanza, per le restanti si tratta talvolta di guardare i propri genitori con compassione.

Per anni abbiamo vissuto nell'illusione che bastasse studiare, leggere saggi di pedagogia, seguire esperti e partecipare a conferenze per costruire la relazione genitoriale "perfetta", un guscio protettivo capace di schermare i nostri figli dai dolori e dalle ferite che noi stesse avevamo vissuto da figlie. Ci siamo illuse che il nostro lavoro interiore fosse una sorta di vaccino generazionale.

Ma la realtà ci ha travolte: il mondo cambia a una velocità disarmante, ci sottopone a sfide imprevedibili e, soprattutto, ci ricorda ogni giorno che non esiste una formula magica o un libretto di istruzioni per fare i genitori. La genitorialità non è una scienza esatta, e la pretesa di non sbagliare mai è solo un'altra forma di controllo che finisce per privarci della serenità.

È stato proprio nei momenti di sconforto, quando la sensazione di aver fallito o di non essere stata abbastanza sembrava prendere il sopravvento, che le parole dell'AmicaKate sono arrivate come una carezza e una liberazione. Durante un momento di confronto profondo, mi ha ricordato una verità fondamentale: «Non esiste un manuale per fare i genitori. Hai cercato di dare il tuo meglio. Falliamo perché siamo esseri umani, ma quando noi diamo il nostro meglio, Dio dà il Suo massimo».

I nostri figli non hanno bisogno di madri e padri impeccabili, congelati in una perfezione irraggiungibile: hanno bisogno di genitori umani, autentici, capaci di amare sinceramente, di riconoscere i propri sbagli, di chiedere scusa e di rialzarsi. I nostri errori inevitabili non condanneranno i nostri figli: l'amore vero e l'intenzione profonda di esserci pongono fondamenta ben più solide e durature di qualsiasi idealizzazione pedagogica.

Il vero punto di svolta — ciò che l'AmicaKate ha chiamato il «salto della fiducia» — risiede nello spostare il baricentro dalla nostra ansia di prestazione, all'affidamento. Troppo spesso pretendiamo di controllare ogni snodo della vita dei nostri figli, dimenticandoci che non siamo soli.

Fare questo salto significa pronunciare un vero atto di fede e di resa d'amore: «Signore, mi fido di Te, mi affido a Te e a questa storia, anche quando sembra tortuosa o incomprensibile». Accettare che i nostri figli sono innanzitutto Figli di Dio significa comprendere che dove arrivano i nostri limits di madri e di padri, lì inizia la Grazia. Quando mettiamo in campo tutto il nostro impegno umano, possiamo stare certi che Dio saprà scrivere dritto anche sulle righe storte della nostra vita.

Un altro insegnamento prezioso emerso dal dialogo con l'AmicaKate riguarda il modo in cui gestiamo le nostre ferite personali, che spesso riaffiorano proprio nella relazione con i figli. Kate mi ha condiviso la sua esperienza con quella che ha chiamato affettuosamente la ferita di "Super Caterina" — la spinta interiore a dover dimostrare sempre di essere impeccabile e brava per colmare un passato senso di inferiorità.

La chiave è dare un nome alla nostra ferita. Quando le diamo un nome, le diamo un volto, la ridimensioniamo e smettiamo di averne paura. Quando l'ansia o il senso di inadeguatezza bussano alla nostra porta, non dobbiamo reagire con durezza o panico; possiamo dialogare con la nostra ferita e dirle con dolcezza: «Rilassati, calmati, sei amata così come sei». Trasformare la ferita da nemico invisibile a compagna pacificata ci rende genitori immensamente più liberi e sereni.

La genitorialità non è un'esibizione di perfezione, ma un "sì" da rinnovare ogni giorno. Non basta aver detto un "sì" una volta per tutte: è la fedeltà quotidiana nella fragilità che genera vita.

Ed è questo quello che vorrei dire a ogni genitore: se ti senti schiacciato dai dubbi, dal timore di non fare abbastanza o dal dolore di una relazione complessa, vorrei dire: abbi compassione di te stesso. Datti il permesso di essere umano, di piangere quando serve e di gioire dei piccoli passi. Quando ti metti in discussione e continui a voler bene con tutto il cuore, stai già facendo un lavoro immenso. Il resto non dipende solo da te: fidati, affidati e lascia che la Grazia faccia il Suo corso.