La rivoluzione della mitezza

 


Ci sono momenti nella vita in cui un semplice vocale, ascoltato nel bel mezzo del traffico o tra le pieghe di una giornata stancante, o mentre lotti col gatto che non vuole spostarsi dal suo ronfare mentre tu vorresti togliere i lenzuoli dal letto di Checcolens (è il preferito poiché sta in alto e Matisse gode del privilegio del ronfare ad alta quota), sa spalancare una finestra di grazia e trasformarsi in un abbraccio di carne e di memoria capace di annullare ogni distanza geografica, ed è esattamente ciò che è accaduto quando ho riascoltato le parole della mia amica Dolly, una presenza fedele che con la sua simpatia e la sua profonda sensibilità mi ha concesso di compiere una riflessione preziosa e liberatoria sul senso del nostro cammino. 

Nel confidarmi a fior di labbra la nostalgia data sia dalla lontananza, sia dal nostro sentirci meno frequentemente, l'affaticamento per un lavoro che logora l'anima e l'amarezza per un mondo professionale ed umano troppo spesso imbevuto di bassezze, falsità e disincanto, Dolly ha fatto affiorare quella domanda intima e tremante che ciascuna di noi si pone quando la fatica si fa sentire, chiedendosi se l'aver smesso di lottare ad alta voce e con i toni del proclama sia il segno di una sconfitta ingloriosa o se non sia piuttosto l'inizio di una forma più alta, limpida e feconda di maturità. 

Ascoltare la sua voce mi ha permesso di guardare dentro questa stanchezza con occhi nuovi e di comprenderne la profonda fisiologia, ricordando a me stessa per prima che non siamo nati per consumarci nella ferocia delle piazze virtuali né per inseguire la foga sterile dei palcoscenici social, dove la verità delle persone viene sistematicamente sacrificata sull'altare del trucco, del parrucco concettuale e del consenso passeggero. Troppe volte ho letto attacchi pubblici oserei dire imbarazzanti sia al mio, sia all'altrui indirizzo (ricordo chi, screenshottando un mio post o una mia risposta, ha avuto il tempo - e quindi il denaro - per tentare di smontare la mia persona agli occhi del pubblico social, rendendosi abbastanza ridicolo e adultescenziale) e questo ha mosso in cuor mio molta iniziale incazzatura, ma poi molta molta compassione. Al netto del fatto che io non sono nessuno se non una mamma che scribacchia concetti che andranno nel dimenticatoio entro il prossimo quinquennio, chi può essere così sciocco da pensare che una persona viva dell'opinione di sé che possiede chi legge ciò che questa redige sui social? Chi è così limitato nel credere che i "mi piace", i "ban", i commenti a un post, siano fatti reali e concreti che mutano l'andamento della vita di qualcuno? 

Nella mia vita, spesa ad accogliere la fragilità, a custodire la nascita e a educare sbagliando, ho imparato che il mondo non si salva attraverso le battaglie di facciata o la pretesa di "fare scuola" a tutti i costi - spesso spacciandosi per intellettuali o grandi Esperti - , perché quelle strutture finiscono solo per divorare la sostanza dell'amore, lasciandoci svuotati e disarmati di fronte al grigiore quotidiano; decidere di ritirare le proprie forze da quel rumore di fondo, come confidavo a Dolly, non significa affatto cedere alla resa o tradire i propri ideali, ma rappresenta la scelta coraggiosa di ricentrare il cuore e di ricalcolare la rotta, incanalando ogni energia residua verso la sola dimensione capace di generare vita autentica, ovvero la prossimità, l'ascolto e la capacità di volersi bene nel piccolo. Rendendomi conto che questa fase di riflessione non sono minimamente l'unica a viverla nella concretezza, ho solo ascoltato dalla Dolly (detto proprio alla milanese con l'articolo determinativo) un concetto che va di pari passo con la serena felicità che, passata una certa fase maturativa, comincio a sentire da altre amiche.

Nel nostro scambiarci pensieri e piccoli sfoghi quotidiani senza il timore del giudizio, ho riscoperto insieme a lei la sola reale rivoluzione possibile, quella che non fa strepito, non cerca cattedre e non vive di applausi, ma si nutre della certezza discreta che per salvare un'anima e costruire un riparo dal freddo della solitudine basta un gesto essenziale, un pensiero custodito in silenzio o persino il ricordo di un vecchio squillo del telefono capace di dire senza parole «ti penso, ci sono, sono qui per te». 

Se il lavoro quotidiano ferisce e ci costringe ad affrontare l'ennesima guerra tra sconti del supermercato e code in farmacia, immersi in contesti cinici, la presenza di un'amica come Dolly diventa un santuario di veridicità dove spogliarsi di ogni armatura, ricordando a me stessa che la vera forza del femminile risiede nella capacità di custodire il bene, di perdonare le bassezze altrui senza lasciarsene contaminare e di continuare ad amare con tenacia e semplicità. 

Questa riflessione nasce proprio dalla gratitudine per le sue parole e trasfigura ogni fatica, dissolvendo la falsa illusione che i social network o le incomprensioni del mondo abbiano il potere di scalfire la realtà, perché la vita vera continua a scorrere ben oltre uno schermo illuminato, nutrendosi dell'abbraccio sincero di chi ci comprende, della dedizione quotidiana alla famiglia e della scelta consapevole di coltivare ogni giorno quel piccolo bene da volere, sapendo che nella cura delle relazioni prossime e nella fedeltà alle cose semplici risiede la nostra sola reale ancora di salvezza e l'eredità più luminosa che possiamo consegnare a chi amiamo.