Quando nacque Lannina, in quel momento di grazia e di totale stravolgimento che solo l'arrivo di un figlio sa portare, mi ritrovai a camminare lungo un sentiero che non avrei mai immaginato di percorrere con tale viscerale intensità. Ero un'ostetrica giovanissima, laureata da appena un anno, con la testa piena di sogni e il cuore che batteva al ritmo di una professione che sentivo come una missione. Incontrai una psicologa, anche lei agli esordi, una ragazza in gamba con la quale immaginai di poter costruire qualcosa di nuovo: uno studio polispecialistico dove le donne potessero trovare non solo assistenza clinica, ma un ascolto profondo. Ma si sa com’è, scontrarsi con la realtà di una piccola città di provincia, dove l'abitudine consolidata è quella di affidarsi ciecamente al ginecologo di grido, non fu affatto una passeggiata di salute; la strada era tutta in salita e le prime incomprensioni professionali iniziarono a farmi capire che forse quel vestito mi stava troppo stretto.
Sentivo che il mio desiderio profondo stava mutando forma: non volevo più solo essere "quella che fornisce un servizio", ma avvertivo l'urgenza di creare uno spazio di prossimità e reciprocità, un luogo dove le donne potessero essere, per una volta, l'una la cura dell'altra.
L'associazione Abbracciami sbocciò così, come un cambio di passo necessario verso l'inclusione: non volevo escludere nessuno, volevo che fosse delle donne e per le donne. In quello spazio non c'erano cattedre, ma esperienze vissute che diventavano bene comune: chi aveva attraversato il deserto di un cesareo diventava la guida per chi doveva ancora affrontarlo; chi aveva scelto la via del parto in casa condivideva la propria luce con chi cercava un'alternativa alla medicalizzazione spinta. C'erano mamme che avevano ricevuto diagnosi prenatali difficili e che mettevano il loro dolore e la loro forza sovrumana a disposizione di chi stava tremando per lo stesso motivo. Era un vero mutuo aiuto, un fluire di vite che si specchiavano l'una nell'altra, ricordandoci che nessuno di noi scopre l'acqua calda nella maternità: il bisogno di non essere lasciate sole è un fiume antico che scorre da secoli.
Il fatto di aprire a tutte le donne, che non erano tutte mie pazienti (all'epoca facevo la libera professionista), però portò scontri con quelle donne che erano anche delle professioniste e che, quindi, pretendevano non solo di portare loro stesse come madri in attesa o neo-mamme, ma di contribuire con le loro convinzioni professionali: questo sarebbe anche potuto andar bene se io non avessi percepito chiaramente (ed è lì che imparai che qualunque professionista nell'area pedagogico-sanitaria, porta nel suo modo di assistere i propri fantasmi, le proprie esperienze personali, le proprie convinzioni derivanti solo da un proprio pensiero spesso distante dalla scienza) un introdurre pesantemente idee e convinzioni con le quali convincere le altre donne che - sentendosi in soggezione perchè commesse, casalinghe e impegate - sapevano di non essere "all'altezza": concetto che in un'associazione di volontariato con un mutuo-aiuto, stonava moltissimo. Questo scatenò i primi terremoti con chi aveva fondato il gruppo con me e che collaborava: le donne-professioniste, quando ero assente, invece che mantenersi "laiche" e semplicemente mamme, davano consigli, suggerimenti e si procacciavano, per così dire, il lavoro.
Un'altra complicazione fu determinata dal fatto che in Associazione giungevano mamme che avevano bisogno di aiuto e sostegno sin dall'inizio della gravidanza: rimanevano poi per tutti i primi due anni di vita del loro bambino, ma molte di costoro si allontanavano quando era richiesto un loro atto di generosità nel voler essere loro le "fornitrici di aiuto". Sostanzialmente erano capaci di chiederlo per sé e non di restituirlo, ma la prossimità non funziona così...
Io accettai l'incarico di presidente per un mandato, convinta che nessuno fosse indispensabile e che il ricambio di energie fosse vitale per l'associazione. Purtroppo, però, consegnare qualcosa che hai partorito con tanta fatica nelle mani di altri non è mai indolore: quando le visioni iniziarono a divergere e subentrò la rabbia, vidi con amarezza esplodere quella modalità infantilista di gestire i conflitti. Invece di parlarsi, si preferiva bloccare i contatti su Facebook o WhatsApp, scrivendo poi sui social la propria verità a senso unico. Santo Cielo, se uno sa di essere nel vero non ha bisogno di proclami online! Mi scontrai con la superbia di chi, forte di una laurea, si sentiva immensamente superiore alle "donne semplici", dimenticando che l'umiltà è la prima vera competenza. Io ho imparato molto di più sull'allattamento ascoltando i racconti delle mamme che leggendo freddi manuali!
Tutto cominciò a sgretolarsi poichè non c'era un donarsi reciproco, alla pari, ma un andare avanti a colpi di piccole alleanze interne fatte di chiacchiericcio e incapacità di affrontarsi con serenità. Tali piccole alleanze, che poi si sgretolarono ulteriormente quando l'unico motivo di legame era l'andare contro di me e contro l'ormai poco che riuscivo a reggere sotto il peso delle spese, dei convegni e delle iniziative pubbliche (ricordo i flash mob per la settimana mondiale dell'allattamento materno con grande affetto, come le partecipazioni alle fiere per parlare di 'portare in fascia', e altre cose meravigliose), terminarono con litigi furiosi (sempre spesso su Facebook, il che è ridicolo se non veramente sciocco).
Prima di scivolare nel losco periodo del Covid, che vide la fine dell'associazione, ricordo lo sforzo immane che io e la Tata facemmo per tenere su l'associazione con spirito di servizio, mentre le ultime socie - per il mero gusto di rovinare qualcosa di bello che non avevano compreso - assumevano un atteggiamento per il quale le donne che avrebbero avuto bisogno davvero di supporto con l'associazione, ne sono di fatto state private. Sì, perché la mancanza di lungimiranza nel dare giudizi affettati su di me, non impediva a me di lavorare (ero stimata Consulente del Tribunale e collaboravo con medici legali per le cause di Violenza Ostetrica) ma impediva alle donne che avrebbero avuto bisogno di me e che io avrei potuto aiutare, di chiedermi supporto professionale. Non a caso, anni dopo, alcune donne - inviatemi da avvocati - lamentarono il fatto di aver creduto a certe voci su di me, mentre loro ne avrebbero avuto bisogno (si parla anche di casi gravi di Violenza Ostetrica).
Come dicevo, l'esperienza di Abbracciami è poi andata scemando con il colpo di grazia del Covid, lasciandomi un dolore sordo ma anche una lezione di un'importanza capitale. Se oggi dovessi rimettere in piedi un gruppo per la maternità, non escluderei mai più la figura maschile: ho capito, anche grazie a un aneddoto terrificante su certi consigli direttivi di sole donne finiti in un coacervo di cattiverie, che i gruppi esclusivamente femminili, se non guidati da un'estrema umiltà, rischiano di implodere in polemiche sterili e gelosie piccine. L'uomo ha questo potere magico di essere pratico, di snebbiare le discussioni prive di fondamento e di stemperare i veleni. Ricordo ancora la bellezza di vedere mio marito che partecipava ai corsi sull'uso delle fasce e spiegava agli altri papà come fare: vederli così contenti mi ha confermato che la paternità è parte integrante di questo miracolo che chiamiamo famiglia. La storia di Abbracciami si è conclusa, ma resta la consapevolezza che per servire davvero l'altro bisogna saper morire un po' a se stessi e abbassare le ali, restando sempre piccoli di fronte al mistero della vita.
Rivisto e corretto dalla co-fondatrice dell'associazione Abbracciami: la Tata
