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| Per chi non l'avesse riconosciuto, costui è Ezechiele ossia il lupo cattivo |
Quando ero piccola, la nonna Emma, la mamma del mio papà, mi faceva ascoltare due dischi 45 giri, quelli che entravano nel "mangiadischi": uno era "Pierino e il lupo" di Prokof'ev, l'altro era "I tre porcellini" nella versione inglese (quella che ho colegato alla disascalia della foto). Io ero emozionatissima e mi nascondevo quando si trattava di nascondermi dal lupo.
Ovviamente il "lupo", come quello di San Francesco, non si trattava di identificarlo con l'animale, ma con il personaggio cattivo, con il male. Scioccamente abbiamo smesso di raccontare che le persone cattive esistono e ciò ha reso i nostri figli spesso degli sventati.
Quando si pensa, tuttavia, al motivetto della favola della Disney (siamo nel 1933) la mia mente non può che rimodellare il medesimo motivetto con «Chi ha paura/dell'AI/ dell'AI/ dell'AI.... Chi ha paura/dell'AI/ dell'AI/ dell'AI, Trallallallala La La»... . Per cui oggi scribacchio questo...
Ogni volta che l'umanità inventa qualcosa capace di far risparmiare fatica al cervello o alle mani, parte immancabile il coro dei catastrofisti pronti a giurare che diventeremo tutti irrimediabilmente più stupidi. Accadde quando Platone guardò storto la nascita della scrittura accusandola di uccidere la memoria, accadde quando la stampa di Gutenberg fece tremare chi temeva la perdita del fascino dei codici miniati e accadde persino con i primi calcolatori (io sarei del tutto persa, senza tale invenzione). Oggi la storia si ripete con l'avvento dei social network e dell'intelligenza artificiale generativa. Ci dicono che delegare un riassunto a un algoritmo o vivere connessi sia l'inizio della fine, un'abdicazione pigra e vergognosa del nostro intelletto. Eppure, se proviamo a fare un bel salto indietro nel tempo, scopriamo che i più grandi geni della cultura e persino i Santi più venerati non hanno fatto altro che usare l'equivalente umano dell'AI per moltiplicare le proprie capacità, superare i propri limiti e risparmiare tempo prezioso.
Prendiamo per esempio San Tommaso d'Aquino, il meraviglioso teologo medievale autore della Summa Theologiae (chi non lo conoscesse può leggere "Tomismo per tutti" di Roberto Marchesini). Tommaso non passava le sue giornate a curvarsi sulla pergamena fino a farsi venire i crampi alle dita, perché la sua mente viaggiava a una velocità che nessuna penna dell'epoca avrebbe mai potuto inseguire. Le cronache raccontano che il Doctor Angelicus lavorasse in una sorta di multitasking frenetico, dettando contemporaneamente a tre o quattro scribi diversi, ciascuno impegnato a trascrivere un'opera differente (sostanzialmente me quando dico a quattro figli diversi cosa c'è da fare durante la giornata... San Tommy spostati!!). Gli amanuensi non erano affatto dei meri registratori passivi: prendevano appunti al volo, riordinavano la complessa grafia del maestro, sistemavano la sintassi e gli permettevano di concentrarsi solo sui concetti. Senza quel team di collaboratori in carne e ossa che agivano come un vero e proprio software di supporto, Tommaso non avrebbe mai potuto regalarci la sua immensa produzione filosofica.
E la storia sacra è letteralmente piena di questi copiloti del pensiero. Lo stesso Vangelo di Marco non è altro che il racconto dal vivo della vita di San Pietro, un semplice pescatore galileo, non certo abituato ai fioretti della scrittura formale. Fu l'evangelista Marco a fare da segretario, raccogliendo le prediche accorate di Pietro per riorganizzarle in una struttura narrativa fluida e perfetta per il pubblico romano dell'epoca. Per non parlare di San Paolo, che, afflitto da gravi problemi di vista, dettava le sue infuocate lettere al fidato amanuense Terzio, il quale si prende persino il lusso di firmarsi salutando i lettori al al versetto 22 del capitolo 16 della Lettera ai Romani ("Anch'io, Terzo, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore"). O ancora di Santa Caterina da Siena, Dottore della Chiesa, che apprese a leggere e scrivere solo verso i trent'anni (per comporre direttamente il suo capolavoro spirituale, il Dialogo della Divina Provvidenza) e creò capolavori della letteratura italiana dettando le sue visioni in stato di estasi a una squadra di giovani discepoli che scribacchiavano velocissimi sulle loro tavolette di cera. Persino i grandi studiosi come San Girolamo o San Bernardo di Chiaravalle avevano al proprio servizio interi scriptorium di notai per scovare citazioni al volo e preparare bozze di lettere, svolgendo esattamente il lavoro di ricerca incrociata che oggi chiediamo a un motore di ricerca o a un modello di linguaggio.
A un certo punto della storia moderna, tuttavia, qualcosa in questo rapporto tra apprendimento e fatica si è inceppato. Come ha acutamente evidenziato lo storico della pedagogia, il grande professor Giuseppe Fioravanti nelle sue appassionate lezioni, con l'avvento del monopolio della scuola statale post-unitaria si è furbescamente insinuata una sorta di idea quasi esoterica, figlia dell'influenza massonica dell'Ottocento, secondo cui per raggiungere il Bene e la conoscenza fosse assolutamente indispensabile passare attraverso il male, il dolore e la frustrazione (sappiamo che nell'Ottocento prende piede la Pedagogia Nera, che è una ciliegina sulla torta). La scuola ha così iniziato a trasformare l'istruzione in una sorta di percorso ad ostacoli iniziatico. Un esempio lampante portato da Fioravanti è l'abbandono della morbida penna d'oca, utilizzata per secoli perché assecondava la mano del bambino priva di cartilagini ancora formate, a favore del rigido pennino d'acciaio. Improvvisamente i bambini venivano costretti a combattere con calamai pieni di mosche, macchie d'inchiostro sul banco e pennini spuntati dalla troppa pressione, convinti che solo soffrendo su una pagina pasticciata si potesse davvero imparare a scrivere. L'errore ha smesso di essere un compagno di viaggio da capire ed è diventato una colpa da punire con la temibile matita rossa e blu, instaurando un modello educativo basato sulla punizione e sullo sforzo nevrotico anziché sull'impegno e sulla spontanea passione per lo studio. Non a caso il Prof, quando fu maestro elementare, non sottolineava l'errore in rosso (né tantomeno in blu), ma correggeva in lapis: questo per evidenziare che l'errore si può correggere senza problemi.
Ed è proprio qui che l'intelligenza artificiale irrompe oggi come una straordinaria boccata d'aria fresca, spazzando via secoli di pedagogia del dolore per rimettere al centro la dignità della mente. Pensiamo a quanto questo strumento possa fare per un ragazzo dislessico o disgrafico, per il quale l'atto meccanico di decodificare una pagina fitta di testo o impugnare una penna per ore rappresenta una barriera insormontabile e frustrante, del tutto simile al vecchio pennino d'acciaio del Novecento. L'AI non si sostituisce all'intelligenza dello studente, ma abbatte la frizione esecutiva: può riassumere un capitolo ostico in una mappa concettuale, suggerire un modo diverso per strutturare una frase, leggere un testo a voce alta o spiegare un passaggio matematico con dieci analogie differenti finché non trova quella giusta per chi ascolta. Se penso all'esame di terza media dato da Cigols mi chiedo come avrebbe potuto fare, date le pesanti difficoltà causate da dislessia e disortografia, per preparare tesine originali: volendo - per esempio - studiare la figura di Hitler dalla fine della Grande Guerra all'inizio della Seconda, Cigols non poteva farcela a leggere chilometri di carta stampata né avrebbe mai avuto tempo per sbobinare o riassumere alcuni documentari: è così che - volendosi in seguito concentrare sul motivo umano per cui Hitler è stato fatto salire al potere - grazie a NotebookLM, Cigols ha lavorato dando prompt sempre più complessi alla AI, fino a trovare le risposte che cercava e facendosele riassumere dal parlato. In questo modo ha trovato interesse verso un argomento diverso dai compagni e si è sentito capace anch'egli di studiare qualcosa di originale. Medesima strada per quanto riguarda Letteratura: dopo essere stato consigliato di portare Primo Levi (che però comunque rimane un suicida, quindi una parte triste e abbandonata degli effetti dei Lager), Cigols ha sfogliato "Uno psicologo nei Lager" di Viktor Frankl e, selezionando le parti più importanti approfondendole con il programma di scrittura, gli è stato chiaro cosa vuole dire trovare un senso nelle cose. Con fatica si è guadagnato delle ottime interrogazioni, per le quali certamente lui ha dovuto usare la sua intelligenza, portando con sé ciò che la tecnologia - vivaddio - può dare a chi ha determinate difficoltà. Questi programmi, in questo modo, diventano così i moderni amanuensi di Caterina da Siena o gli scribi di Tommaso d'Aquino, permettendo anche a chi vive con un disturbo dell'apprendimento di scavalcare l'ostacolo fisico per dedicarsi direttamente al significato profondo, all'analisi e alla bellezza delle idee.
Questa prospettiva di riscatto e di centrale valore dell'uomo si sposa perfettamente con le riflessioni del Magistero della Chiesa sulla tecnologia e sul concetto di "Magnifica Humanitas", l'umanesimo integrale promossa dalla visione cristiana del progresso. La tecnologia, quando è posta al servizio del bene comune e dello sviluppo integrale della persona, manifesta tutta la grandezza della vocazione umana a custodire e coltivare la creazione. Non si tratta di idolatrare la macchina né di temerla con atteggiamento luddista, ma di riconoscerla per ciò che è: un dono dell'ingegno che deve sempre rimanere subordinato al valore trascendente, etico e relazionale della persona. In quest'ottica, un algoritmo che aiuta uno studente in difficoltà o che solleva il ricercatore dal lavoro meccanico non fa altro che rispecchiare quel progetto in cui la tecnica è strumento d'amore, di inclusione e di liberazione dalle marginalità fisiche o cognitive.
Se ripenso alle ore per sbobinare le lezioni di Anatomia (walkman e cassette da tirare indietro con la bic, mica chiacchiere e distintivo), mi viene il mal di stomaco: tutte ore tolte ai miei bambini piccoli, tutte ore che ho vissuto sentendoli piangere per le scale mentre la Nobis - fiera bisnonna - cercava di distrarli portandoli al mare per lasciarmi studiare. Certo che poi il cervello per superare l'esame è stato il mio, non quello dell'ipotetico programma per sbobinare (ripeto: io conosco NotebookLM e mi trovo molto bene), ma diamine! se avessi avuto qualcosa per sbobinare e magari trovare gli errori, io sarei potuta stare di più coi miei bambini e avrei potuto "semplicemente" studiare. Per non parlare delle ore a pensare Power Point per esami noiosi o pressochè inutili: ricordo quello riguardante l'alimentazione: ci misi ore a fare la presentazione sull'alimentazione in gravidanza e poi a studiarla! Tutto tempo sprecato per un esame rapidissimo... Quante ore ho tolto, invece, a esami più importanti... Infatti, quello di Chimica, l'ho ridato 4 volte: io ho una intelligenza umana e letteraria, per me la Chimica è roba da extraterrestri: con o senza AI sarei ancora lì se non fosse per una collega che mi passò gli esercizi!!
Mia madre, professoressa nelle più prestigiose Università italiane e straniere (ha insegnato anche a Oxford), ricorda la stanchezza mostruosa alle mani e ai tendini a furia di battere a macchina ore ed ore di traduzioni, soprattutto quando si trattava di correggere l'errore di battitura: scatta in su la rotella, cancella con il bianchetto, aspetta che asciughi, rimetti in linea la riga di scrittura... insomma una menata infinita soprattutto per chi, come lei, traduceva dal sanscrito e quindi non con caratteri alfanumerici europei (dovette farsi modificare una Olivetti, a tal scopo). "Vuoi mettere adesso - dice - che posso cliccare e cancellare?"
Tuttavia, prima di farci prendere da facili entusiasmi o da ingiustificati allarmismi apocalittici, è bene tracciare un confine chiarissimo su ciò che la tecnologia può fare e su dove invece rischia di trarci in inganno. Proprio di recente Papa Leone ha messo in guardia i giovani dal pericolo dei social media e del mondo digitale quando ci proiettano in una dimensione irrealizzabile, fatta di filtri, finzioni ed evasioni dalla realtà quotidiana. Questo monito calza a pennello anche per l'intelligenza artificiale: lo strumento è un alleato formidabile se usato per potenziare il nostro studio e la nostra presenza nel mondo, ma diventa una gabbia sterile se viene scambiato per la vita vera o se ci porta ad abdicare alle relazioni umane autentiche.
Un ultimo, cruciale distinguo va fatto proprio sull'uso dell'AI in ambito testuale, ovvero nella stesura di contenuti scritti. Sebbene l'algoritmo sia un prodigioso riorganizzatore di dati e un meraviglioso amplificatore di sintassi, esso resta del tutto cieco e sordo di fronte a ciò che ci rende umani. L'AI non prova emozioni, non sa cosa significhi l'ansia prima di un esame, non conosce la commozione genuina che stringe la gola leggendo una poesia, né la gioia travolgente dell'intuizione improvvisa arrivata dopo giorni di dubbi. La macchina è in grado di simulare la forma, ma è priva della sostanza dell'esperienza vissuta. Pertanto, è fondamentale che lo studente o lo studioso lavori sempre su testi personali: il punto di partenza e il punto di arrivo devono restare saldamente ancorati alla coscienza, al vissuto e al pensiero critico dell'individuo. L'AI può agire come un potente strumento di rifinitura o di esplorazione, ma non deve mai diventare il surrogato della voce personale o della riflessione autentica. La tecnologia, infine, non ha alcun potere su tutto ciò che risiede nel corpo, nel contatto reale e nella manualità: non potrà mai sostituire la grazia di un pennello guidato dall'istinto su una tela, la perizia di un chirurgo in sala operaoria, la sensibilità tattile di un artigiano che modella il legno o la magia irripetibile di uno sguardo e di un abbraccio tra persone vere. Uno scriba senza un Tommaso d'Aquino produce soltanto pergamene scarabocchiate senza senso, e l'AI senza un cuore, un corpo e un'intenzione umana rimane soltanto un freddo calcolatore di probabilità. Il compito di sognare, soffrire, toccare con mano la realtà, amare e creare resta ancora e sempre un'esclusiva meravigliosamente nostra.
Un consiglio, quindi: quando si usa qualche programma che permette all'AI di aiutarci a redigere un testo, a sintetizzare un pensiero, a semplificare un concetto, non si dimentichi che una casa, senza un idraulico, un elettricista, un muratore e un geometra (sì, sono di parte!) non si costruisce da sola: i calcoli spaziali, la documentazione, gli impianti... Ci vogliono le persone che lo sanno fare! Per questo è importante, a mio avviso, che le scuole re-introducano un valore: quello della manualità. Aghi, fili, martelli, chiodi... ma anche pennelli, tempere, strumenti musicali... Ecco perchè, da quando scrivo mi impegno a cucire e quando stavo buttando giù le bozze del mio secondo libro, mi sono iscritta a una scuola di cucito. Scrivere, studiare, comporre, ma è importante creare, smussare, colorare, ricamare...
In effetti pensiamoci un attimo: diremmo mai a una padrona di casa che ha cucinato con l'impastatrice, che non sa fare un buon impasto per la crostata (consiglio quello di Iginio Massari) perchè ha usato il Kenwood (che in casa mia è praticamente umano e viene chiamato Ken).
Insomma viva l'AI perchè per quello che può fare, può esserci d'aiuto senza togliere tempo all'amore, allo studio e al cucinare torte!!
NB: a chi teme l'AI nelle sue forme più negative (come lo scrivere tesi di laurea o creare immagini orribili) ricordo che ogni cosa può essere usata in modo orribile: persino la Medicina, che può salvare vite, può essere usata per il traffico di organi. Non è l'oggetto in sé, ma l'uso che se ne fa.
